La vita ai tempi del CORONAVIRUS

“L’incertezza è più ostile della morte. La morte, anche se vasta, è soltanto la morte e non può crescere. All’incertezza invece non v’è limite, perisce per risorgere e morire di nuovo; E’ l’unione del nulla con l’immortalità”
Emily Dickinson

Ma è davvero reale quello che sta accadendo in Italia e in molte parti del mondo?

Proprio poco tempo fa mi è capitato di vedere una serie TV che parlava di pandemia, di un virus che infettava le persone, le uccideva  trasformandole in zombie. Guardare scene  catastrofiche attraverso uno schermo produce quel giusto grado di distacco che ci permette di sperimentare una paura  che possiamo esorcizzare attraverso la consapevolezza che è  solo un film.

Ma quando un virus reale, pericoloso, e in molti casi mortale entra davvero nel salotto di casa nostra attraverso  quello che prima era un comune comportamento come il darsi la mano o abbracciarsi che cosa accade?

Ci troviamo in un momento storico molto complesso in cui la globalizzazione ha accorciato le distanze, e anche se non vogliamo rendercene conto, non  ci scambiamo solo merci, informazioni, non è solo più facile spostarsi da un paese all’altro, ma i problemi che iniziano da una parte del mondo diventano inevitabilmente anche i nostri, e così un virus. 

A dicembre  abbiamo iniziato a sentir parlare i TG e i social  del problema virus in Cina  e abbiamo continuato a sentirci spettatori, come se stessimo guardando un film; l’arrivo dei contagi in Italia ha creato un forte stato di disorientamento, per cui molti non hanno attuato i comportamenti indicati dai decreti governativi e continuamente ribaditi attraverso i social. In tanti ci siamo chiesti perché…

Perché?

Molti hanno affermato che  chi invece di seguire le direttive chiare emanate dal governo per tamponare la diffusione del virus è fuggito dal Nord al Sud, o ha assaltato i supermercati, o ha continuato a svolgere la sua vita nello stesso modo di sempre, lo ha fatto per paura e per egoismo. Chi ha continuato ad uscire andando a divertirsi in situazioni sociali con altre persone ha dimostrato  egoismo e mancanza di senso civico.

Di fronte a medici, infermieri, figure sanitarie impegnate in una lotta costante all’interno degli ospedali tanti hanno sminuito pensando di poter mantenere una normalità di vita, e che in fondo il virus era lì negli ospedali, mica tra la gente, ignorando le conseguenze di quelle azioni verso se stessi (la possibilità di essere contagiati), verso gli altri (la possibilità di contagiare altre persone) e verso tutti quei professionisti che stavano combattendo la battaglia in trincea all’interno degli ospedali.

La spiegazione non è semplicemente una mancanza di senso civico, e da studiosa della mente umana mi interrogo sui possibili altri perché…

Innanzitutto bisogna fare una distinzione tra i comportamenti collettivi e i meccanismi del pensiero individuale.

Alla base  dei comportamenti collettivi ci sono meccanismi  sociali che sono scattati tra le persone e che sono stati ampiamenti studiati dagli psicologi tra cui  Latané e Darley:

Da psicoterapeuta devo sempre interrogarmi, al di là della risposta comune, sul perché di un dato comportamento, e questo al di là del comportamento incivile o antisociale.

Ritengo che in certe situazioni, così gravi e imprevedibili, situazioni alle quali l’uomo non è abituato a pensare e a reagire, possano scattare dei meccanismi di difesa  psicologici, patologici, ma anche comuni e primordiali e,  osservando le reazioni delle persone a questa epidemia virale, è possibile che a livello individuale siano prevalsi alcuni di essi:

Ma perché il CO.VI.D.19  fa tanta paura?

Al di là dell’oggettività del problema e cioè che è un virus per il quale non è ancora stato scoperto un vaccino e che sta creando moltissimi problemi al SSN, nonché morti nei casi più gravi, c’è qualcosa che spaventa e crea una specifica emozione dentro di noi che non riusciamo a controllare e che si alimenta di voci, articoli, telegiornali, informazione e disinformazione: l’angoscia.

La paura  è una emozione sana, ci informa che di fronte a noi c’è un pericolo e attiva le risposte per poterlo evitare o affrontare: fermarci o scappare, studiare una strategia e reagire.

L’angoscia è  uno stato di paura indifferenziata… è come se la paura si  espandesse fino a non potersi più definire tale, e prevalesse una sensazione di ansia e apprensione verso un pericolo di cui non si individua la provenienza.

Nel caso del virus  la paura non trova un suo spazio specifico d’azione e di difesa, perché in realtà non sappiamo da dove potrebbe arrivare il virus: se dall’aver toccato una maniglia infetta e poi esserci toccati inavvertitamente gli occhi, se da un amico asintomatico che ci ha salutato e così via.

Ma allora qual è la paura con cui dobbiamo fare i conti prima che essa si trasformi in angoscia?

Forse la paura con cui tutti dobbiamo fare i conti è proprio quella più antica: la paura di morire, non esserci più al mondo, di perdere e le persone che amiamo e la sensazione annichilente rispetto all’impotenza che ci assale.

Nessuno vuole morire eppure la morte fa parte del nostro pacchetto fin dalla nascita, e un po’ moriamo ogni giorno che passa. Aver paura di morire è  normale,  ed è normale interrogarci su come sarà il morire e se ci sarà qualcosa o meno appena esaleremo l’ultimo respiro. Se si potesse discutere della morte come si fa di altre paure, ci sentiremo meno soli e indifesi. E allora, proprio come scriveva  la poetessa E. Dickinson è nell’incertezza il luogo interiore dove vive l’angoscia  e dove l’essere umano si annichilisce e  si perde in un infinito nulla.

E cosa possiamo fare per non farci prendere dall’angoscia?

  1. Se in questo momento non possiamo uscire di casa, utilizziamo quella tecnologia che tanto amiamo per giocare, per tenerci informati e per lavorare anche per  tenerci in contatto con amici e parenti: più chiamate Skype e videochiamate WhatsApp, ma anche telefonate e chat in cui parlare non solo del virus ma anche di progetti per quando questa emergenza sarà passata;
  2. Leggiamo e scarichiamo libri che ci aiutino a crescere e a fare delle belle riflessioni su di noi e sulla nostra vita;  
  3. Facciamo attività sportiva in casa (ci sono tantissimi canali su youtube da poter seguire e che offrono ottimi allenamenti e poi app da scaricare);
  4. Spendiamo qualche soldino facendoci recapitare a casa giochi da tavola da fare insieme ai nostri figli  o facciamo anche giochi che richiedono solo fogli e matite (puzzle, il gioco nomi cose città animali, la battaglia navale, l’impiccato, tris e altri giochi da tavola);
  5. Leggiamo favole ai bambini;
  6. Riprendiamo a dialogare in famiglia;
  7. Cerchiamo su internet dei giochi (su internet ne trovate tanti e vi indico di seguito alcuni link: https://www.sitly.it/blog/giochi-divertenti-da-fare-con-i-bambini/  https://www.greenme.it/vivere/speciale-bambini/giochi-attivita-casa-bambini/ )
  8. Proviamo nuove ricette di cucina e facciamoci aiutare;
  9. E poi coltiviamo l’ironia, che fortunatamente a noi italiani non manca, e che ci può aiutare a sdrammatizzare anche i momenti più difficili: pensiamo a tutte le vignette che girano in questo periodo, che ci fanno sorridere e che ci scambiamo tra noi attraverso i nostri smartphone come fossero figurine;
  10. Parliamo anche di cosa ci spaventa con le persone a cui vogliamo bene.

…e poi siamo italiani, la creatività di inventare altri modi non ci manca.

Anche noi psicoterapeuti ci siamo attrezzati per il cambiamento che in questo momento ci chiede il nostro paese e ci trovate nella stanza virtuale di Skype per ascoltarvi e continuare ad accompagnarvi nel vostro percorso, o solo per starvi vicino con una chiamata laddove servisse.

La vita continua e solo affrontando le cose se ne può uscire con nuove maturità e un pieno senso di fiducia in se stessi e negli altri.